Economia

Trump, la Groenlandia (e lo scambio con Porto Rico): perché le mire del presidente Usa vanno ancora prese sul serio

Trump, la Groenlandia (e lo scambio con Porto Rico): perché le mire del presidente Usa vanno ancora prese sul serio

L'attivista e poeta inuit Aqqaluk Lynge, 78 anni, è da mezzo secolo la voce degli indipendentisti groenlandesi. Ha fondato Inuit Ataqatigiit, uno dei due partiti (insieme a Siumut) che per decenni hanno rappresentato l'ambizione della Groenlandia all’indipendenza dalla Danimarca. 

Per Lynge e molti altri groenlandesi la Danimarca era soprattutto una potenza coloniale che ha represso l'autodeterminazione del suo popolo e compiuto abusi sistematici, come impiantare contraccettivi in migliaia di donne e ragazze inuit, spesso senza il loro consenso, per limitare le nascite della popolazione nativa. O sottrarre centinaia di bambini groenlandesi ai propri genitori e affidarli a famiglie danesi, con il pretesto di farli vivere in condizioni più civili. 

Ora però Lynge ha cambiato idea. «Ci sentiamo traditi dagli Stati Uniti. Ci troviamo in una situazione molto difficile, in cui gli unici che oggi possono salvarci sono la Danimarca e l’Europa» ha detto all'agenzia Reuters. È una trasformazione tanto più impressionante quanto inaspettata. Ma non è isolata: il suo percorso è quello di migliaia di altri groenlandesi. A cambiare la loro prospettiva sono state le mire espansionistiche del presidente americano Donald Trump sull'isola antartica di 2,1 milioni di chilometri quadrati e sui suoi 58 mila abitanti.

Ambizioni che hanno toccato il loro massimo a gennaio e che sono state momentaneamente accantonate con la guerra in Iran. Ma che adesso, dopo la fine apparente del conflitto (e dopo la debacle mediorientale di Trump) potrebbero riaffiorare. Non rassicura che il 23 maggio il presidente abbia pubblicato sui suoi social un'immagine creata con l'Ai in cui mette letteralmente le mani sulla Groenlandia (la vedete qui sopra). Intanto un'approfondita inchiesta del New Yorker rivela che la Groenlandia è un'ossessione di Trump fin dal suo primo mandato, ed è stata assecondata da una serie di personaggi in cerca di guadagni personali o politici, che l'hanno alimentata nonostante la sua assurdità. Mire che il settimanale americano definisce non a caso «ridicole» ma insieme «mortalmente serie».

L'idea di «comprare» la Groenlandia, inizialmente come investimento immobiliare, sarebbe nata nel 2018, dopo che «il suo amico di lunga data Ronald Lauder gli aveva suggerito di acquistare l’isola» spiega Ben Taub sul New Yorker Lauder è il miliardario (in dollari) erede della società di cosmetici Estée Lauder. Trump all'epoca incaricò il suo consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, di esaminare la questione. Bolton se ne occupò insieme a Fiona Hill, che era la direttrice senior per l’Europa e la Russia presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale. «Bolton ci disse: “Sentite, Ron Lauder ha detto a Trump che deve comprare la Groenlandia, e dobbiamo impedire che ciò accada prima che annunci a tutti che sta comprando la Groenlandia”», ha raccontato Hill al New Yorker.

Bolton era convinto che gli Stati Uniti dovessero potenziare la loro presenza nell'Artico, in funzione antirussa e anticinese. Ma anche che non c'era bisogno di acquisire la Groenlandia, visto che i trattati militari permettono agli Stati Uniti completo accesso all'isola per la difesa e le operazioni delle sue forze armate. Prima che riuscisse a dissuadere Trump, però, la questione gli sfuggì di mano. Anche perché il presidente ne parlava a cena con i suoi convitati, come se nulla fosse.

«Ma, man mano che sempre più persone all’interno dell’Amministrazione venivano a conoscenza delle ambizioni di Trump, "la situazione prese la piega che Bolton temeva", ha ricordato Hill. "Era come se gli avvoltoi volteggiassero attorno a un cadavere: la gente diceva: Oh, guarda qui! Forse qui c’è qualche briciola che posso sfruttare a mio vantaggio”. Hill, che in precedenza aveva lavorato come analista capo della comunità di intelligence statunitense per la Russia e l’Eurasia, fu colpita da un terrificante senso di déjà vu. "Sono rimasta sbalordita — anche se forse non avrei dovuto — da quanto tutto ciò fosse simile a ciò che avevo visto in Russia più e più volte: persone che si agganciavano a un’opportunità di guadagno o di prestigio, ottenendo qualche titolo altisonante, per perseguire obiettivi che ovviamente non andavano a vantaggio di nessuno. L’avevo visto in Cecenia, in tutto il Caucaso, nel Donbass e in Crimea"» ricostruisce il New Yorker. È questo il filo conduttore di tutta la vicenda.

Dall'inchiesta del New Yorker emergono anche le ragioni reali (seppure incredibili) dell'annullamento della visita di Stato di Trump in Groenlandia. Era in programma quando il Wall Street Journal rivelò l'intenzione di Trump di comprare l'isola, che la premier danese Mette Frederiksen definì «assurda» («La Groenlandia non è in vendita»). E Trump la annullò con un messaggio sui social, dicendo che lo faceva per le dichiarazioni della premier Frederiksen. Ora il New Yorker spiega che la visita era stata organizzata, chiedendo alla Danimarca di far avere a Trump un invito ufficiale dalla regina, perché «i membri dello staff della Casa Bianca avevano sentito dire che Melania voleva vedere Copenaghen e pensavano che potesse essere una bella tappa per lei e Trump sulla via del ritorno da una visita di Stato in Polonia». E che fu annullata perché, il giorno delle critiche di Frederiksen, Melania aveva chiamato Trump per chiarire che non era così. «Non so perché la gente continui a dire che voglio andare in Danimarca. Se tu vuoi andarci, ci andrò con te» gli aveva detto. Trump aveva così deciso di non andare, incolpando Frederiksen.

In seguito, dopo che Bolton e Hill hanno lasciato l'amministrazione americana in polemica con la gestione di Trump, il dossier groenlandese è stato affidato alla Sicurezza Nazionale. L'idea di Trump, ha raccontato un membro del dipartimento, era «scambiare Porto Rico con la Groenlandia perché, secondo le sue parole, Porto Rico era sporco e la gente era povera». Nell'ambito di queste discussioni è stato fondato il Greenland Policy Coordination Committee (Gpcc), con il compito di spingere la Groenlandia a cercare l'indipendenza dalla Danimarca per metterla nell'orbita di controllo degli Stati Uniti. «Negli ultimi due anni del primo mandato di Trump, l’operato del governo statunitense in Groenlandia si è tradotto in una diplomazia aperta e in iniziative di avvicinamento, accompagnate da rassicurazioni segrete e allusive rivolte ai funzionari groenlandesi: gli Stati Uniti avrebbero sostenuto finanziariamente la loro corsa all’indipendenza in cambio della totale sovranità militare sull’isola» spiega il New Yorker.

Dopo che Joe Biden è stato eletto presidente, le attività del Gpcc sono state sospese. Ma con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, è tornato anche il suo interesse per la Groenlandia. Nell'impresa sono stati coinvolti personaggi disparati, con nessuna esperienza di sicurezza nazionale o dell'Artico, ma con relazioni personali con Trump e la sua amministrazione, come Tom Dans, un ex investitore poi diventato imprenditore agricolo, fratello gemello di un fedelissimo di Trump, e (in seguito) Chris Cox, fondatore di Bikers for Trump («motociclisti per Trump»). Nel gennaio 2025 è stato coinvolto anche Charlie Kirk, l'attivista di destra poi assassinato da un fanatico. Kirk è partito per una sorta di missione di esplorazione e propaganda ed è andato a Nuuk, la capitale della Groenlandia, con Donald Trump Jr. per vedere il territorio prima dell'insediamento formale della nuova amministrazione e costruire una narrazione mediatica favorevole all'intervento americano. Poi ha iniziato a dire che la Groenlandia doveva diventare il 51esimo Stato americano, sulla base di informazioni false e fuorvianti, compresa quella che la Groenlandia fosse piena di rubini, oro e diamanti ma che la Danimarca impediva ai suoi abitanti di sfruttarli («La Groenlandia gode di totale autonomia e titolarità sulle proprie risorse naturali» ricorda il New Yorker). Dopo Kirk una serie di influencer di destra e Maga hanno iniziato a visitare l'isola e parlarne nei loro programmi.

«La maggior parte della propaganda non mirava a persuadere i groenlandesi a chiedere legami più stretti con gli Stati Uniti, ma era incentrata sul convincere gli americani conservatori che i groenlandesi avrebbero accolto le forze statunitensi come liberatori. Un’organizzazione chiamata Patriot Polling ha riferito che il 57% dei groenlandesi era favorevole all’adesione agli Stati Uniti; Kirk ha condiviso il sondaggio su X. Tuttavia, un sondaggio danese-groenlandese ha rilevato che la percentuale si aggirava intorno al 6%» scrive il New Yorker.

Nel dicembre 2025, l'amministrazione Trump decide di aumentare la pressione nominando un inviato speciale, Jeff Landry, governatore della Louisiana e fedelissimo di Trump, che accetta pubblicamente l'incarico dichiarando via social che è un onore «lavorare per fare della Groenlandia una parte degli Stati Uniti». A gennaio di quest'anno c'è l'ulteriore escalation: dopo il blitz in Venezuela per catturare Nicolas Maduro, la Casa Bianca non esclude l’uso della forza militare per acquisire la Groenlandia e il mondo inizia a prendere sul serio le mire espansionistiche americane. «Se gli Stati Uniti decidessero di attaccare militarmente un altro Paese della Nato, allora tutto finirebbe — compresa la Nato e, con essa, la sicurezza garantita dalla fine della Seconda guerra mondiale», dice la prima ministra danese Frederiksen.

A Davos, Trump dichiara che gli Stati Uniti stanno «cercando di avviare negoziati immediati» per acquisire l'isola. Danimarca, Germania, Francia, Regno Unito, Olanda, Norvegia, Finlandia e Svezia rispondono organizzando esercitazioni militari in Groenlandia e un presidio militare permanente sull'isola. Secondo la tv danese, la Danimarca era talmente preoccupata per un’invasione che i suoi soldati hanno portato con sé scorte di sangue, oltre a esplosivi con cui poter far saltare in aria le piste di atterraggio per impedire gli sbarchi americani. Trump annuncia dazi del 10% nei confronti dei Paesi che hanno preso parte alle esercitazioni e si dice pronto ad alzarli fino al 25%. A calmare le acque è solo il segretario della Nato Mark Rutte, che al forum di Davos parla con Trump e lo convince (non si sa come) a desistere. Trump in seguito dichiara che sta negoziando con la Danimarca e la Nato per ottenere «accesso totale» alla Groenlandia. Intanto a febbraio gli Stati Uniti attaccano l'Iran insieme a Israele e l'attenzione di Trump si rivolge al Medio Oriente.

Il problema però è solo rimandato, perché sta soprattutto nel modus operandi dell'amministrazione Trump. «La realtà è che gli Stati Uniti sono ormai un Paese in cui le questioni relative alla guerra e alla pace non vengono decise da esperti diplomatici o militari, nell’interesse dello Stato, ma attraverso canali informali, da persone la cui principale qualifica è la vicinanza personale al Presidente — attraverso legami familiari, affari, donazioni o adulazione» scrive il New Yorker.

Intanto la Groenlandia ha fatto la sua scelta. «Se dovessimo scegliere tra gli Stati Uniti e la Danimarca, qui e ora, sceglieremmo la Danimarca. Scegliamo la Nato. Scegliamo il Regno di Danimarca. Scegliamo l’Unione Europea» ha detto il primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen. La maggior parte dei groenlandesi, indipendentisti compresi, sono con lui.

E la premier danese Mette Frederiksen ha appena iniziato il suo terzo mandato come prima ministra della Danimarca, ottenuto in gran parte per come ha tenuto testa agli Stati Uniti. Il nuovo governo, formato dopo due mesi di negoziati, comprende i Socialdemocratici di Frederiksen, i Moderati di centro guidati dal ministro degli Esteri uscente Lars Løkke Rasmussen, la Sinistra Verde (SF) e il Partito Social-Liberale Danese. «La minaccia russa all’Europa e la contemporanea incertezza da parte americana stanno modificando in modo significativo la situazione della sicurezza», si legge nel documento che delinea la politica estera dell'esecutivo. Frederiksen ha dichiarato in una conferenza stampa di essere «felice e orgogliosa» che la Danimarca figuri ora tra i paesi della Nato con la maggiore spesa per la difesa (il 3,2% del proprio prodotto interno lordo nel 2025, quasi tre volte la spesa del 2022) e ha sottolineato che il Paese rimarrà impegnato su questa linea. Ma la sensazione di tutti, in Danimarca come in Groenlandia — e sempre di più anche nel resto d'Europa — , è che con Trump il mondo sia meno sicuro.

18 giugno 2026, 16:55 - Aggiornata il 18 giugno 2026 , 16:55

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