Economia

Wesley Clark: «L’Ucraina è il Vietnam di Putin. E Mosca può colpire altri Paesi europei»

Wesley Clark: «L’Ucraina è il Vietnam di Putin. E Mosca può colpire altri Paesi europei»

«Speravamo in un cambio di regime in Iran. Ma avevamo un piano per realizzarlo?». Il generale Wesley Clark parte dalla domanda che un presidente dovrebbe affrontare prima di entrare in guerra: come pensa di uscirne. In Vietnam gli americani si lasciarono trascinare nel conflitto, un passo dopo l’altro, senza capire che il nemico non si sarebbe arreso. Oggi Clark vede il rischio di ripetere quell’errore in Medio Oriente. E sul fronte ucraino il suo giudizio è ancora più netto: «L’Ucraina è un Vietnam per Putin».

Il Vietnam Wes Clark lo ha combattuto, al comando di una compagnia di fanteria, riportando gravi ferite. Il Kosovo lo ha guidato, da comandante supremo della Nato in Europa, costringendo Milošević a cedere nel 1999. Primo del suo corso a West Point, a Oxford con una borsa Rhodes per studiare filosofia, politica ed economia, candidato alle primarie democratiche del 2004, vinte da John Kerry, Clark avverte gli europei: gli Stati Uniti non hanno più forze sufficienti per fronteggiare tutte le minacce. «L’Europa deve fare di più. Ora, non nel 2035».

Generale, perché l’Ucraina è un Vietnam per Putin?
«Perché ritroviamo le caratteristiche di una guerra combattuta contro un avversario che teme di perdere tutto. Per Putin, riportare l’Ucraina sotto il controllo russo sarebbe un grande risultato. Per gli ucraini, invece, è in gioco l’esistenza della nazione, della cultura, della storia, della lingua. Milioni di persone temono che una sconfitta significhi essere uccise o costrette a lasciare il Paese. Quando una forza esterna si scontra con questa determinazione, senza una superiorità militare schiacciante, alla fine prevalgono il morale e la capacità di resistere. Lo abbiamo imparato in Vietnam: i vietnamiti soffrivano per le loro perdite, ma non si sarebbero arresi».

Putin, però, non deve rispondere a un’opinione pubblica democratica, come i presidenti americani durante il Vietnam.
«È vero. Gli americani non riuscivano più a tollerare le perdite e le divisioni provocate dalla guerra. Putin non governa una società democratica. Ma questo non cambia la determinazione degli ucraini. Nel 2022 pensava di prendere rapidamente Kiev e provocare il collasso del Paese. Ha fallito. Ora è coinvolto in una guerra di durata indefinita contro un popolo deciso a preservare la propria civiltà, con il sostegno dell’Occidente».

E l’Iran può diventare il Vietnam di Trump?
«Ci siamo addentrati in questo conflitto senza essere in grado di decidere come farla finire. Avremmo dovuto sapere che l’Iran era troppo grande e troppo difficile da occupare. Speravamo in un cambio di regime, ma avevamo un piano per realizzarlo? E, se non lo avevamo, come pensavamo di ottenere una superiorità sufficiente a costringere la leadership iraniana a cambiare politica? Sono le domande che avrebbero dovuto essere poste con fermezza. Forse lo sono state: non sappiamo che cosa accada dietro le quinte. Ma la pressione degli eventi spinge a procedere un passo alla volta. Ed è così che si finisce in guerre come il Vietnam e nella sconfitta».

Che cosa non capirono allora i generali americani?
«Non riuscirono, fin dall’inizio, a comprendere a fondo la guerra e a guardare oltre la routine di riunioni, bilanci e politica a Washington. A ogni passaggio avrebbero dovuto chiedersi quali conseguenze avrebbero avuto le decisioni prese. Invece ci ritrovammo gradualmente trascinati in un conflitto che non potevamo vincere senza superare i limiti politicamente accettabili. Il presidente Johnson non voleva sacrificare la propria presidenza al Vietnam. Voleva che la guerra finisse, ma evitò l’analisi che lo avrebbe obbligato a scegliere fra un’escalation e il ritiro. Pensava di poter convincere i nordvietnamiti ad arrendersi».

In Kosovo lei riuscì a costringere Milošević a fermarsi. Che cosa cambia rispetto all’Iran?
«Una guerra può concludersi con l’occupazione del Paese, la rimozione del governo e la ricostruzione della società, come avvenne in Germania e in Giappone dopo la Seconda guerra mondiale. Oppure si può raggiungere una superiorità tale da convincere l’avversario che continuare non gli conviene. Con Milošević accadde questo: riconobbe che la sconfitta era inevitabile e limitò i danni. Nel caso dell’Iran sapevamo che non avremmo potuto occupare fisicamente il Paese. Dovevamo quindi capire come costringerne la leadership a cambiare le proprie scelte».

Quale soluzione vede oggi per l’Iran?
«Dal punto di vista occidentale, e anche di un numero crescente di governi mediorientali, l’esito più favorevole sarebbe la fine del controllo delle Guardie rivoluzionarie sul Paese. Ma se il cambio di regime non è probabile, bisogna trovare un accordo diplomatico che convinca l’Iran a rinunciare al controllo dello Stretto di Hormuz. Questo richiede che Teheran accetti di non dotarsi di armi nucleari e che gli Stati Uniti e Israele si impegnino a non usare la forza. C’è poi da smantellare l’asse della resistenza. Sono molti passaggi. Finché la leadership iraniana aspirerà all’egemonia regionale e a controllare uno sbocco sul Mediterraneo, ci saranno conflitti».

La guerra, però, non ha provocato quella rivolta contro il regime sulla quale si poteva contare.
«La popolazione ha protestato e continua a opporsi. Ma il regime riesce a bloccare le comunicazioni e a impedire che la protesta si diffonda, limitando anche il sostegno dall’esterno. Per questo può apparire più solido di quanto sia. Ci sono divisioni al vertice fra militari e politici e un’opposizione attiva nella società. Finora, però, l’apparato repressivo non si è indebolito in modo significativo».

Torniamo all’Ucraina. Trump aveva promesso di fermare la guerra in un giorno. Come giudica il ruolo degli Stati Uniti?
«Il ruolo americano è sempre stato ambivalente. Obama non volle fornire armi letali agli ucraini. Biden ritardò ripetutamente l’invio di aiuti militari che avrebbero potuto cambiare le sorti della battaglia fin dall’inizio, perché non voleva rischiare una terza guerra mondiale con Putin. Trump ha ereditato questa situazione e si trova in una posizione difficile. Ma le radici del conflitto vanno molto oltre Trump. Negli anni Novanta sperammo per un breve periodo che la Russia potesse entrare nella Nato, in un’Europa unita dall’Atlantico agli Urali. Questo richiedeva però una Russia democratica, capace di tutelare la proprietà privata e i diritti individuali. Putin ha seguito la direzione opposta. Per lui, come per Xi Jinping, i valori democratici occidentali costituiscono una minaccia al potere dello Stato e al proprio potere personale».

Vede il rischio che Putin allarghi la guerra ad altri Paesi europei?
«Sì. Dal punto di vista russo, un modo per ostacolare il contributo europeo alla difesa dell’Ucraina sarebbe aprire altri fronti. Penso alla Norvegia, alla Finlandia, ai Paesi baltici. L’Europa sarebbe costretta a rivolgere altrove la propria attenzione e l’opinione pubblica, temendo una guerra generale, potrebbe tirarsi indietro. Questo interromperebbe gli aiuti all’Ucraina. È una strategia concreta che Putin potrebbe mettere in atto».

Come si può dissuaderlo?
«Sostenendo con forza l’Ucraina. Ci sono Paesi europei che tengono in riserva missili Patriot pur non essendo sotto attacco: dovrebbero inviarne una parte agli ucraini. L’Ucraina è l’avversario più temibile che Putin possa affrontare. Conosce i russi, combatte dal 2014 e ha l’esercito più forte dell’Europa continentale. Dovrebbe essere ammessa nella Nato il prima possibile, mentre prosegue il percorso di adesione all’Unione europea. È il modo migliore per convincere Putin a rinunciare ai suoi piani di conquista».

Come può finire questa guerra?
«In diversi modi. Putin potrebbe non riuscire a raggiungere i propri obiettivi e questo potrebbe provocare una crisi del governo russo. Nella storia della Russia le sconfitte militari hanno portato a cambiamenti di governo: Putin lo sa bene. Oppure si potrebbe arrivare all’esaurimento delle parti e a una via d’uscita offerta a Putin dall’Europa».

Prima di accettare il fallimento, potrebbe ricorrere alle armi nucleari?
«È una possibilità da considerare. Putin conosce le conseguenze e non vuole farlo, ma se la disperazione crescesse potrebbe arrivarci. In quel caso potrebbero esserci persone nelle forze armate russe che si opporrebbero. E proprio quell’opposizione potrebbe aprire una crisi capace di portare a un cambio di governo».

Lei chiede all’Europa uno sforzo militare maggiore, ma i governi devono finanziare anche sanità e pensioni.
«Devono riconsiderare le proprie priorità. L’industria militare russa lavora giorno e notte per produrre droni e missili, mentre nelle nostre società non vogliamo accettare la minaccia che viene dalla combinazione di Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Dagli anni Novanta abbiamo vissuto dei dividendi della pace. Anche gli Stati Uniti lo hanno fatto. Oggi non disponiamo delle forze necessarie per dissuadere contemporaneamente Cina e Russia e proteggere i flussi energetici dal Golfo. L’Europa deve fare di più, e deve farlo ora, non nel 2035. I ministri delle Finanze devono rendersene conto».

Gli Stati Uniti non hanno più la superiorità militare che attribuiamo loro?
«Mentre eravamo impegnati per vent’anni in Afghanistan e in Medio Oriente, altre potenze costruivano armi nucleari, aerei, navi e capacità spaziali in grado di minacciare il predominio americano. Oggi, anche sul piano militare, viviamo in un mondo multipolare. Non abbiamo più lo stesso equilibrio di forze della Guerra fredda. L’Europa deve riconoscerlo e colmare il vuoto».

Quindi deve prepararsi a difendersi senza gli americani?
«Non possiamo immaginare la difesa dell’Europa senza gli Stati Uniti. Dobbiamo restare uniti. Se la Nato non ha un futuro, non lo ha neppure il modello liberaldemocratico europeo. I regimi autocratici amano mandare i propri figli in Italia, perché è un posto meraviglioso. Ma non vogliono i vostri valori nei loro Paesi».

L’aumento delle spese militari è già cominciato. Non basta?
«È troppo lento. E trovo sciocca questa idea del 5%: non è la percentuale in sé che conta. Conta quali capacità militari si riescono a sviluppare e con quale rapidità».

Con Trump e Pete Hegseth, quanto spazio resta a un generale per dire al potere politico che sta commettendo un errore?
«Non sono all’interno dell’amministrazione e non so quali decisioni siano state prese, né da chi. Nelle democrazie le scelte politiche spettano ai leader eletti. Ma devono poter contare su una solida consulenza militare. Le forze armate devono avere la forza di formulare raccomandazioni anche quando sono impopolari o sgradite alla leadership politica. Un generale deve essere in grado di spiegare i costi e i rischi delle decisioni che si stanno considerando».

2 nov 2026 | 17:14

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