Economia

E se la degenerazione dell’AI facesse saltare Borse ed economia? I pericoli nascosti dell’Intelligenza artificiale

E se la degenerazione dell’AI facesse saltare Borse ed economia? I pericoli nascosti dell’Intelligenza artificiale

Con gli «incidenti» in serie su agenti AI fuori controllo e gli allarmi a ripetizione sulla pericolosità dell'intelligenza artificiale, è comprensibile che, delle anticipazioni sul prospetto per la quotazione in Borsa di Anthropic - la società dei fratelli Amodei che ha creato Claude -, la parte che più ha colpito sia stata quella sui possibili «rischi esistenziali» per l'umanità (ne ha scritto sul Corriere Paolo Ottolina; Massimo Sideri, nella sua newsletter One More Thing, ha peraltro fatto notare che non è una novità nella storia).
Forse, però, qualche «rischio esistenziale» può esserci anche per i tanti - fra soggetti privati e istituzionali - che tra qualche settimana, presumibilmente a novembre, faranno a gara per accaparrarsi azioni di Anthropic. Tutti scommettono che la capitalizzazione di Borsa supererà i 2 mila miliardi di dollari (poco meno del Pil italiano), superando il record di 1.780 miliardi fatto segnare a giugno dalla SpaceX di Elon Musk (precedente non troppo tranquillizzante). Ma Joséphine Boone, del quotidiano francese Les Echos, fa notare che, spulciando fra le cifre finora trapelate, non tutti i conti tornano.

Da un lato, c'è la crescita stratosferica: «Secondo Reuters, Anthropic ha chiuso l'anno scorso con un fatturato di 4,6 miliardi di dollari, una cifra dodici volte superiore a quella dell'anno precedente. Un trend che si sta intensificando quest'anno: Anthropic ha registrato ricavi per 4,8 miliardi nel primo trimestre del 2026 e per 11,5 miliardi nel secondo, segnando una crescita del 140% da un trimestre all'altro. A metà agosto, i suoi ricavi annualizzati (il fatturato di luglio proiettato su dodici mesi) avevano raggiunto la cifra colossale di 65 miliardi di dollari. Si tratta di un livello di crescita senza precedenti che sta entusiasmando gli investitori».
Dall'altro lato, però, c'è il dubbio che la corsa possa non durare. «La stabilità dei ricavi di Anthropic resta da dimostrare. Secondo il suo prospetto, un quarto del fatturato è stato generato da appena due clienti (non meglio identificati, ndr) nel 2025, mentre i clienti più grandi non sono vincolati da contratti pluriennali: possono quindi interrompere il rapporto e rivolgersi ad altri fornitori». Alcuni analisti non nascondono le ombre dietro i numeri scintillanti: «Un solo mese particolarmente positivo può far variare il dato annualizzato di diversi milioni di dollari. Occorre capire in che misura tale accelerazione sia replicabile», osserva Harrison Rolfes, di PitchBook. E, aggiunge Boone, «la capacità di Anthropic di mantenere i propri ricavi dipenderà anche dalla concorrenza internazionale, in un momento in cui gli attori cinesi stanno cercando di abbassare i prezzi» (ci torneremo più sotto).

Poi c'è la voce spese. L'anno scorso Anthropic ha registrato costi operativi pari a 12,7 miliardi di dollari, con una perdita di 8 miliardi, una cifra quasi doppia rispetto al fatturato. Per ogni dollaro di ricavi, l'azienda ha sostenuto spese per 2,75 dollari, di cui 1,6 dollari destinati alla potenza di calcolo e alle infrastrutture (7,3 miliardi di dollari nell'anno precedente). Equazione complessa da risolvere: il costo della potenza di calcolo non sembra destinato a diminuire, mentre tali risorse sono indispensabili sia per servire i clienti sia per addestrare i modelli prima del loro rilascio. «Anthropic dovrà dimostrare di saper far crescere i ricavi più rapidamente delle spese per la potenza di calcolo» sottolinea Boone.
Per garantirsi potenza di calcolo e servizi cloud, Anthropic ha sottoscritto contratti per l'astronomica cifra di 518 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. «Sebbene il calendario dei pagamenti non sia al momento noto - scrive Boone - si tratta di accordi pluriennali con attori del calibro di Amazon, Google e Microsoft. Soprattutto, Reuters precisa che l'80% di tali spese è non cancellabile o dovuto a prescindere dall'effettivo utilizzo: una sfida ad alto rischio per Anthropic. Pur non essendo contabilizzati come "debito" in senso stretto, questi impegni costituiscono una sorta di passività, ovvero costi fissi rischiosi a lungo termine». «Il rischio finanziario principale risiede nel fatto che i contratti per la potenza di calcolo potrebbero protrarsi più a lungo rispetto agli impegni assunti dai clienti», osserva Rolfes, l'analista di PitchBook.

Problemi soltanto dei futuri azionisti di Anthropic? Mica tanto. «Investimenti in infrastrutture per l’AI, stimati in 4 mila miliardi tra il 2026 e il 2029, e solo per una manciata delle maggiori società, significano quasi altrettanto denaro preso a prestito, soprattutto con l’emissione di bond - ha scritto Walter Riolfi su L'Economia ragionando sull'aumento dei rendimenti dei titoli di Stato americani -. Se l’AI non dovesse rivelarsi esattamente la gallina dalle uova d’oro, perché i ricavi non crescono in maniera esponenziale come ci si immagina e perché ammortamenti e oneri finanziari si mangiano gran parte degli utili, il disastro finanziario sarebbe inevitabile. E chi sottoscriverebbe tutta quella carta, cui si aggiungono 10-12 mila miliardi di nuove emissioni annue dal Tesoro Usa? E, in particolare, quale premio pretenderebbero gli investitori? Più del rialzo dell’inflazione, tutto sommato contenuto, è questo il motivo per cui il rendimento del titolo decennale è salito oltre la soglia del 5%, come a luglio 2007».
Del resto, per capire il possibile impatto di uno «sboom» dell'AI, basta riflettere su quel che riporta un altro articolo di Les Echos, che cita uno studio (Financing the AI buildout) di Stijn Van Nieuwerburgh, ricercatore della Columbia Business School, pubblicato dalla Brookings Institution: secondo le sue stime, tra il 2025 e il 2032 sarà necessario finanziare una capacità dei data center pari a 183 gigawatt, il che comporta un investimento complessivo di 10.300 miliardi di dollari nell'arco di sette anni. «Con una media del 3,63% del Pil annuo, il peso sull'economia statunitense è superiore a quello dei grandi cicli di investimento in canali, ferrovie, elettrificazione, reti stradali e telecomunicazioni», scrive Van Nieuwerburgh. Per avere qualche termine di paragone, il record di investimenti appartiene alla «railway mania» (la febbre delle ferrovie) del 1870, durata vent'anni, con una spesa pari al 2,24% del Pil annuo americano. Le autostrade (1956) e le reti di telecomunicazione (1996) si attestarono invece sull'1,1% del Pil, con cicli di durata rispettivamente di diciassette e sette anni.

Torna in mente quel che ha scritto Federico Fubini qualche giorno fa, nella sua newsletter Whatever it takes (ci si iscrive qui): «Perché i colossi del Big Tech si sono caricati di tutto questo rischio finanziario? Perché sta arrivando un’enorme rivoluzione tecnologica e bisogna essere pronti a soddisfare la domanda, vi diranno loro. La risposta reale, temo, è più brutale: perché pensavano di vivere nel mondo di ieri. Pensavano di vivere nel mondo dei campioni digitali dei primi anni Dieci di questo secolo: quello che Facebook è stato per i social media, Amazon per gli acquisti online, Google per le ricerche in rete. Monopolisti incontrastati, macchine da soldi o almeno (nel caso di Amazon) da fatturati. Inoltre pensavano di essere ancora nel momento unipolare, in cui l’America era sola con se stessa alla testa del mondo. Non doveva temere altri e non doveva guardare altrove. (...) Ma questo non è il mondo di quindici o venti anni fa. Questo è il secolo cinese. E la Cina negli ultimi due anni ha sviluppato modelli di AI a bassissimo costo».

Che potrebbero trasformare la presunta gallina dalle uova d'oro in una gallina comune. Se questo è il quadro, anche l'approdo in Borsa di Anthropic deve essere visto, secondo Fubini, sotto un'altra luce: «Anthropic punta a quotarsi a Wall Street tra poche settimane, prima di correre il rischio che la musica si fermi. Ma proprio la borsa americana è il massimo punto di vulnerabilità: l’industria dell’intelligenza artificiale traina verso l’alto gli indici da almeno tre anni e oggi vale circa metà di una capitalizzazione da circa 70 mila miliardi di dollari dell'S&P500. Se la Cina infliggesse davvero a Silicon Valley il suo choc 3.0 e le quotazioni dell’industria dell’AI crollassero del 20% o del 30%, il problema non sarebbero solo i tremila miliardi di debiti fuori bilancio delle Big Tech. Il problema sarebbero le decine di migliaia di miliardi in meno di valore di borsa, che minacciano di deprimere i consumi e portare l’America in una recessione simile - ma maggiore - rispetto a quella seguita all’esplosione della bolla di internet».
Per chi suona, allora, la campana del «rischio esistenziale»? La conclusione di Fubini lascia pochi dubbi: «Per questo Amodei e Altman ora chiedono di frenare. Non per i rischi collegati all’AI - che non li hanno mai rallentati - ma perché capiscono che il loro modello finanziario non funziona. Non possono più investire così pesantemente, se oggi rischiano di perdere la sfida contro la Cina. Hanno perso il monopolio, hanno perso il modello unipolare. Devono diventare più disciplinati, accettare che esiste il senso del limite». 

2 nov 2026 | 12:13

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