Economia

La relazione di Panetta a Bankitalia. Un patto per il futuro del Paese

La relazione di Panetta a Bankitalia. Un patto per il futuro del Paese

Il capitolo si intitola in modo esplicito. «L’Intelligenza artificiale: la questione dell’adozione». E il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, sembra scandire ancor di più le parole quando affronta quel nodo irrisolto che se sciolto può garantire all’Italia quello sviluppo necessario al Paese. A condizione che lo sforzo sia comune e pervasivo. A cominciare dalle imprese piccole, medie e dalle filiere originate dalle grandi aziende. Uno sforzo di adozione che deve permeare l’intera società. È per questo che l’investimento pubblico, quella spesa spesso considerata improduttiva può nella realtà trasformarsi invece nella spinta decisiva «soprattutto nelle fasi iniziali» verso la modernizzazione del Paese.

Lo dice chiaro Panetta. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza, mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Le parole risuonano nella Sala del Consiglio di Palazzo Koch. In una delle poche notazioni extra testo ufficiale, il governatore rivela che questa parte delle considerazioni si basa su uno studio di prossima pubblicazione sugli effetti sulla produttività grazie all’uso dell’intelligenza artificiale (AI nell’acronimo inglese). Cosa che spiega come ancora una volta la Banca d’Italia si confermi uno dei luoghi dove maggiore è il lavoro per combinare la conoscenza e studio della realtà con le possibili azioni utili alla comunità.

È per questo che i rischi non vengono nascosti. Quelli relativi al lavoro, conseguenti alle trasformazioni prodotte dall’AI. Con i temi sociali conseguenti che dovranno prevedere reti di protezione per chi vedrà scomparire il proprio impiego ma anche quella formazione continua necessaria per stare al passo della nuova tecnologia. La parola chiave è proprio trasformazione. L’AI viene infatti compresa nella famiglia di quelle «trasformative», come altre furono in passato, si pensi all'elettricità. Con una differenza: la velocità di utilizzo. Nel giro di 15 mesi il 23% degli adulti americani aveva usato Open AI, uno dei modelli di intelligenza artificiale. Ci sono voluti 72 anni affinché nelle case del 90% degli americani arrivasse il telefono.

Si farebbe un errore a pensare che così come computer e telefonini ci hanno aiutato a tagliare tempi e costi si tratti solo di un problema di produttività individuale. Il potenziale legato a una massiccia e profonda adozione dell’AI «non si realizzerà automaticamente: dipenderà dal grado di diffusione tra le imprese - a partire da quelle piccole e medie - e dalla capacità di integrarla nei processi produttivi». Non si tratta solo di ritardi. La quota di aziende che ricorre all’AI è salita al 30%. Ma appena il 5% ne fa un uso intensivo. «Nella maggior parte dei casi l’impiego resta confinato ad applicazioni semplici che accrescono - appunto - la produttività individuale ma non trasformano in profondità i processi aziendali».

Siamo ancora nella fase iniziale dell’adozione dell’AI. Inutile perdersi nelle disamine su ritardi o incongruenze o peggio mancanza di attori nazionali o europei che pure restano problemi reali, sembra essere il richiamo di Panetta. «Occorre agire con rapidità». E quello che pare di leggere tra le righe è l’idea di un patto tra pubblico, privato, cittadini e imprese che faccia dell’AI il motore dello sviluppo e modernizzazione nazionale. Disponendo peraltro di «punti di forza rilevanti: infrastrutture di calcolo tra le più avanzate d’Europa, una solida tradizione scientifica e universitaria, un ampio risparmio privato». Ma quello che serve, non viene chiamato forse patto, ma «strategia in grado di mobilitare queste risorse: non sussidi generici, ma politiche mirate».

Fuori dai nostri confini scossoni geopolitici, ritorno dei dazi, scarsezza di materie prime, costi elevati dell’energia, delineano un quadro non confortante. È tempo che il Paese grazie all’innovazione che fa parte del nostro Dna si metta nelle condizioni di poterlo affrontare con la maggiore serenità e forza possibile.      

Iscriviti alle newsletter di L'Economia

29 maggio 2026, 13:13 - Aggiornata il 29 maggio 2026 , 13:24

Potresti esserti perso