«Veinte años no es nada», «vent’anni non sono nulla», dice un tango di Gardel, forse il più famoso, Volver, che significa tornare. Ma anche due volte venti non sono nulla se ti chiami Messi, che esattamente quarant’anni dopo la Mano de Diòs, 22 giugno 1986, quando Maradona stese gli inglesi in Messico prima col trucco e poi segnando il gol più bello di sempre, diventa il miglior marcatore della storia dei Mondiali: 18 reti, staccato il tedesco Miroslav Klose, fermo a 16. In questo torneo sono già cinque. Sorride, Leo. Attorno a lui gli austriaci sono a terra, dopo il doppio sinistro vincente che vale i tre punti e la qualificazione aritmetica ai sedicesimi con un turno d’anticipo sul programma. Guarda in alto, col solito gesto rivolto al cielo: una dedica alla nonna Celia, che lo ha cresciuto a Rosario. Non c’è più da molto tempo. Ma, c’è da giurarci, adesso il pensiero va anche a Maradona e soprattutto a papà Jorge, malato da tempo.
Nei giorni scorsi è successo di tutto: una star dei social di Buenos Aires ne ha addirittura annunciato la morte, costringendo la famiglia a smentire la notizia falsa con un comunicato. La squadra si è stretta attorno al suo numero dieci, che un contraccolpo evidentemente lo ha subito, visto il rigore sbagliato malamente dopo un pugno di minuti. Ma che ha saputo riprendersi e trascinare, di nuovo, i compagni alla vittoria. «Siamo felici, in campo ci divertiamo, non sarà facile ma siamo qui per vincere un’altra Coppa del Mondo», e gli brillano gli occhi.
Non una prestazione sbalorditiva, quella dell’Albiceleste. C’è stata pure una certa sofferenza, in alcuni momenti. Ma la si può leggere nel modo inverso: anche quando non incanta, sa raggiungere l’obiettivo. È la qualità dei migliori, la vera differenza dei campioni.
«Quiero ver la cuarta estrella», «voglio il quarto titolo», cantano i tifosi, che occupano quattro quinti del Dallas Stadium, dove il tetto è chiuso e l’aria condizionata è accesa a palla per combattere l’afa texana che fuori dall’impianto fa schizzare la temperatura a quasi quaranta gradi. È la canzone della missione Mondiale, così come «Muchachos» lo fu nel 2022 in Qatar. Il c.t. Scaloni cambia solo un uomo, Molina al posto di Montiel in difesa, per il resto è lo stesso undici che ha schiantato l’Algeria al debutto. Compreso Lautaro Martinez, insidiato dal fenomenale Julian Alvarez dell’Atletico Madrid. L’interista però vince il ballottaggio e parte titolare, con la missione di segnare il primo gol al torneo. Non ci riuscirà.
Accanto a lui, Messi cerca di ritrovare la serenità perduta. Qualche scoria c’è, perché Leo sbaglia subito il rigore conquistato da Lautaro che potrebbe risolvere la questione: un tiraccio, fuori di un metro, roba non da lui. «Messi, Messi» lo sostengono però fedelmente i 60mila della «hinchada». Il piano tattico di Rangnick in qualche modo sembra reggere. Il c.t. austriaco, corteggiato dal Milan qualche settimana fa per il ruolo di head of football, evita marcature fisse ma costruisce una doppia linea davanti all’area, solida, per anticipare i pericolosi dai e vai avversari. Per un po’ funziona. E quando non funziona, ci pensa Alaba, 34 anni, che continua a essere l’uomo migliore della Nazionale di Vienna.
Fino a quando Leo non si riprende: prima dell’intervallo approfitta di un cross di Medina, velo da prestigiatore di Almada e palla nell’angolino. Un rigore in movimento, che stavolta non sbaglia. Rangnick zoppica: ha un problema alla caviglia e per andare dagli spogliatoi alla panchina deve farsi dare uno strappo da una specie di golf car. L’Austria rientra con un altro piglio, ma non basta. E nel recupero ancora Messi segna il secondo gol, con un’azione insistita, rabbiosa.
Parte un boato quando il gigantesco maxischermo ad alta definizione da 53 metri per 22 metri inquadra Shakira: il suo «Dai Dai», all’italiana, è l’inno del torneo. Dal tango al pop, l’Argentina di Leo balla al ritmo del gol.
23 giu 2026 | 07:27