Cultura

Mattarella chiude Pordenonelegge: «Il pensiero unico è strumento di oppressione»

Mattarella chiude Pordenonelegge: «Il pensiero unico è strumento di oppressione»

«Cultura e libertà non si fermano ai confini». È la voce del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a mettere il sigillo all’edizione numero 27 di Pordenonelegge, che si è chiusa domenica 20 settembre. Sul palco del Teatro Verdi il presidente (che al festival ha ricevuto l’onorificenza «Ambassador for freedom») parla di libertà di espressione («è il pluralismo delle opinioni che nelle democrazie impedisce al potere, anche digitale, di fossilizzarsi in una verità che pretende di imporre. Il diritto a esprimere opinioni è argine all’arbitrio»), evoca la «tentazione di democrazia illiberale che emerge a livello globale», cita scrittori, intellettuali e dissidenti di ogni Paese, ricorda il valore del dissenso «ancor più prezioso dove viene negato» e cita il pensiero unico «naturalmente, strumento di oppressione». Mattarella parla e l’applauso del teatro si unisce a quello, fuori, di una pienissima piazza XX Settembre e delle altre quattro piazze dove i maxi-schermi diffondono le note del concerto finale del festival, affidato al trio lirico Il Volo. 

Tra la gente, anche il presidio degli operai dell’Electrolux dello stabilimento di Porcia, distante pochi chilometri, qui per ricordare che il lavoro «non si spegne». Mattarella dal palco rende loro omaggio: «Rappresentano l’etica del lavoro». Ricorda gli 80 anni della Repubblica e i 50 (nel 2027) della Biennale del dissenso (e da Venezia la Biennale lo ringrazia annunciando a novembre cinque giornate dedicate al filosofo Pavel Florenskij, ucciso dal Kgb).

Pordenonelegge chiude così un’edizione monstre: 700 autori, 450 incontri, presenze record che, stimano gli organizzatori, superano le 160 mila dello scorso anno. Ora una coda autunnale a Praga (dal 20 al 22 ottobre), poi si lavora per il 2027, con Pordenone che sarà anche Capitale della cultura.
Resterà anche l’anno prossimo la Dissensio Arena, che ha ospitato voci messe a tacere nei loro Paesi: ieri, Vera Politkovskaja, figlia di Anna, la reporter russa uccisa vent’anni fa, il 7 ottobre 2006, a Mosca. «Aveva scelto la strada della verità e l’hanno uccisa» ha detto Vera, che l’ha raccontata a in Mia madre (Rizzoli) e che era in platea ad ascoltare il capo dello Stato: «Non ho speranze per il mio Paese. La Russia non è incompatibile con la democrazia ma per raggiungerla serve un lavoro di decenni». È netta su Putin: «Vediamo ogni giorno di cosa è capace, negli attacchi in Ucraina: non è abbastanza?». Al Capitol, Michel Houellebecq racconta gli esordi da poeta (La nave di Teseo ha appena pubblicato l’opera in versi), gli chiedono della capacità di vedere il futuro: «Come profeta sono sopravvalutato». Parla dell’avanzata dell’ultradestra in Europa: «In Francia l’effetto è che la sinistra è diventata cattiva. In Italia non mi sembra si vada verso il fascismo». Parlano Leila Slimani, Peter Sloterdijk, Aldo Cazzullo rievoca il Rinascimento, Massimo Gramellini e Antonio Polito ragionano sul presente, poi Mauro Corona, Aldo Grasso in video. Gli Angeli in t-shirt alata salutano l’auto di Mattarella. Si chiude.

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