Sport

Nadal, la serie in anteprima: la sindrome di Müller Weiss al piede, l'intestino perforato dai farmaci, i tic. La moglie Maria Francisca Perello: «Ha vissuto con i genitori fino a 31 anni»

Nadal, la serie in anteprima: la sindrome di Müller Weiss al piede, l'intestino perforato dai farmaci, i tic. La moglie Maria Francisca Perello: «Ha vissuto con i genitori fino a 31 anni»

Maggio 2026, Roland Garros. Flavio Cobolli mentre si allena sul Philippe Chatrier si avvicina alla targa che lo scorso anno il torneo ha dedicato a Nadal, dopo il ritiro annunciato alla fine del 2024. Il tennista italiano si piega, accarezza la targa incastonata sulla superficie rossa del campo e rende omaggio al re dello Slam parigino. Nessuno ha mai fatto meglio di Rafa su quella terra rossa: 14 Roland Garros vinti, dal 2005 al 2022. Un record difficile da battere, costato lacrime e sangue. Come spiega lo stesso Nadal nella docuserie Rafa su Netflix dal 29 maggio - che abbiamo visto in anteprima -, in uscita durante lo svolgimento del torneo parigino che oggi vede in tabellone Sinner, Zverev, Djokovic & co.

«Avevo sempre dolore  e continuavo ad allenarmi» racconta lo spagnolo nella serie con gli occhi rossi per l'emozione. Non è facile parlare di come il suo curriculum da tennista, per quanto strepitoso, sia stato uno stillicidio continuo di sofferenze. Certo, gli infortuni capitano nella vita di un atleta, ma quando ti rompi il piede all'inizio della carriera, a 19 anni, quando da sconosciuto ti eri appena messo in luce battendo Andy Roddick (allora n.2 del mondo) nella finale di Coppa Davis e stai scalando come un razzo la classifica Atp, hai tanti dubbi. Molli o patisci? Lo spagnolo ha scelto la seconda opzione. 

Siamo nel 2005, Nadal esordisce con successo in Davis e al suo primo Roland Garros porta a casa la coppa. «Zio Toni (suo allenatore fin da bambino, ndr.) mi spronava a spingermi al limite» sottolinea Nadal. 

A novembre 2005 il 19enne si rompe il piede. Scopre a Shanghai durante le Finals di avere una malattia cronica rarissima proprio al piede: la sindrome di Müller Weiss che causa atroci sofferenze, soprattutto a chi deve scattare di continuo per colpire una pallina. I medici sono pessimisti, non gli danno buone notizie, ma lui non si rassegna. «Non avevo un piano B», precisa. E così, dopo un consulto medico dopo l'altro, uno specialista, il dottor Maceira, offre una soluzione: gli propone un plantare in grado di diminuire il dolore, non eliminarlo. «Con il plantare il dolore è sopportabile. Ho pensato: sono salvo». E così il maiorchino ritorna in pista, consapevole che il dolore sarà il suo compagno di viaggio per tutta la sua esistenza agonistica. «Per me il tennis era un corsa contro il tempo. Sapevo di avere una data di scadenza per via del piede, non sapevo quanto avrei retto, ma non potevo fermarmi».

Abituandosi alla sofferenza sin dagli inizi, il campione sboccia. Non solo sulla terra rossa. Nel 2008 conquista Wimbledon battendo Federer in una partita epica, iniziata nel primo pomeriggio e finita col buio. Poi arrivano anche le battaglie con Djokovic: lui, Federer e Nole collezionano Slam a doppia cifra (Rafa ne ha 22 in bacheca alle spalle di Nole con 24 e davanti a Roger fermo a 20). 

«Non sono un campione, sono un combattente. Amo le sfide», precisa lui. A pungolarlo per dare il massimo è lo zio Toni che lo allena da sempre. Niente riposo, solo allenamento. Lavoro senza tregua. Niente acqua durante la prima ora di gioco. Così arriva l'ansia (e il consulto di uno psichiatra), il tendine del piede bucato, gli antiinfiammatori a manetta («Il plantare usato per salvare il piede ha finito per destrutturare tutto il resto del mio corpo. Ogni infortunio successivo è nato da lì») e la decisione di togliere la sensibilità all'estremità compromessa. «Prendevo così tanti antiinfiammatori che mi sono procurato due perforazioni intestinali. Senza tutti questi problemi avrei vinto altri 12 Slam», sottolinea il maiorchino nella docuserie.

Nel 2017 una decisione amara: assumere Carlos Moya come allenatore da affiancare allo zio Toni (zio Toni non la prende bene e si licenzia). 

E quelle specie di tic in campo? I gesti ripetuti, sempre uguali: toccarsi i pantaloncini, i calzini, i capelli dietro le orecchie, le bottigliette d'acqua ordinate in una determinata posizione. «Un modo per tenere a bada l'ansia - dice lui - vedendomi da fuori mi davano anche fastidio. Zio Toni diceva che mi rendevo ridicolo. Ho provato a ridurli, ma non ci sono mai riuscito. Mi servivano per concentrarmi». 

Tra una partita di tennis e l'altra, nella serie emerge anche il Nadal privato. C'è lui che gioca con il figlio che si chiama Rafael, ci sono i momento con la moglie che conosce fin da quando era bambino e ama dal periodo dell'adolescenza («sono andata alla prima comunione di Rafa, avevo 6 anni credo», racconta la moglie Maria Francisca Perello) e quelli con la famiglia. 

Nonostante abbia girato il mondo per l'Atp tour, Nadal ha continuato a vivere con i genitori fino all'età di 31 anni. «Sono stata io a chiedergli di andare a vivere insieme», precisa Maria Francisca Perello. «E lui mi ha risposto: perché?». 

Potresti esserti perso