«Abbiamo di fronte una scelta: vendere le nostre azioni in un piccolo mercato con pochi compratori oppure in un mercato gigante con un numero enorme di pretendenti pronti a competere ferocemente per le nostre azioni», ha detto il ceo Nik Storonsky a proposito del futuro approdo in Borsa di Revolut. «Perciò – ha concluso – preferiamo quotarci negli Stati Uniti» prima che in Europa.
Il fondatore della banca digitale da oltre cento miliardi di valutazione non è l’unico imprenditore europeo a pensarla così. Diverse aziende del Vecchio Continente hanno imboccato negli ultimi anni la via di Wall Street: il gruppo delle scommesse irlandese Flutter, il produttore di chip Arm, la piattaforma svedese Spotify, l’azienda digitale italiana Bending Spoons. Molte imprese troppo piccole o troppo poco presenti negli Usa per ambire a Wall Street, invece, preferiscono rimanere lontane dalla Borsa, finendo per rinunciare a un canale di finanziamento importante o preferendo cedere ai fondi di private equity. Altre ancora, già quotate, finiscono per optare per il delisting, deluse dalla scarsa valorizzazione dei loro titoli.
Un fattore determinante dietro tutte queste scelte è la liquidità. La possibilità di vendere facilmente e rapidamente titoli in quantità è cruciale per i grandi investitori che non vogliono rischiare di finire «intrappolati» nell’azionariato di una società. Molti fondi pensione e gestori del risparmio, del resto, decidono quanto capitale allocare nella Borsa di un Paese proprio in ragione della sua liquidità. È soprattutto per questo che, ha calcolato il rapporto Letta, ogni anno circa 300 miliardi di risparmi europei finiscono negli Stati Uniti, andando ad alimentare la crescita americana. Ed è per la stessa ragione – la maggior tranquillità dei grandi fondi a investire – che molte aziende riescono a ottenere migliori valutazioni a Wall Street che in Europa.
La liquidità in Italia – come in Francia, Olanda e Germania – non è solo più scarsa rispetto agli Stati Uniti, ma anche più sparsa. Secondo un’analisi di Goldman Sachs, in Europa meno di un terzo delle compravendite di azioni avviene sulle «pubbliche piazze»; il resto del trading avviene al di fuori dei mercati regolamentati ed è gestito da intermediari finanziari diversi dalle Borse, spesso dal passaporto statunitense. Questa dispersione fa sì che la liquidità sui listini europei appaia inferiore a quanto sia in realtà. Per questo, alcune delle Borse europee stanno facendo pressione sui regolatori affinché la maggior parte di questi ordini di acquisto e vendita vengano alla luce e siano in larga parte centralizzati sui listini, limitando la liberalizzazione delle sedi di negoziazione introdotta dal regolamento «Mifid II» nel 2018.
Il principale svantaggio competitivo del mercato finanziario europeo rispetto a Wall Street resta però la frammentazione. Euronext ha sì riunito sotto un unico gruppo e un’unica piattaforma finanziaria otto Borse — fra cui Milano, Parigi e Amsterdam — ma il listino tedesco resta indipendente e quello spagnolo fa parte del gruppo svizzero Six. Di recente, così, il ceo di Euronext Stéphane Boujnah ha aperto a un’aggregazione con Deutsche Börse per creare un mercato unico europeo di «dimensioni planetarie» che riunisca le Borse delle tre principali economie: Italia, Francia e Germania.
Difficilmente, l’unione potrebbe passare per una fusione fra i due gruppi: Euronext capitalizza circa 16 miliardi di euro, Deutsche Börse il triplo grazie soprattutto al ricco mercato dei derivati. Una pura combinazione azionaria si trasformerebbe quindi in un’acquisizione di fatto di Euronext da parte del gruppo tedesco. Più probabilmente, quindi, l’unione potrebbe prender la forma di una fusione dei soli listini azionari — che coinvolgerebbe, per esempio, Borsa Italiana, ma non Mts — in un’unica, grande, piazza. Una sorta di S&P500 europeo che farebbe aumentare di molto la liquidità dei titoli scambiati. Convincendo più aziende a quotarsi o, perlomeno, a non abbandonare la Borsa.
Qualunque ne sia la forma, comunque, l’operazione non sarebbe delle più semplici. Oltre all’assenso di Deutsche Börse, una concentrazione semi-monopolistica del mercato azionario europeo dovrebbe passare per il vaglio dell’autorità Antitrust Ue che, tuttavia, sembra più propensa di un tempo ad autorizzare la creazione di campioni continentali in settori dove la competizione è globale quale quello finanziario. La spinta della politica appare poi molto forte, anche se andrà poi messa alla prova dei campanilismi dei governi europei.
La proposta di Boujnah arriva peraltro a pochi mesi dalla scadenza del suo mandato da ceo di Euronext. Boujnah ha fatto sapere che non si ricandiderà, cosa che potrebbe facilitare ipotesi di aggregazione, togliendo dal tavolo le questioni personali. D’altro lato, un’eventuale fusione con Deutsche Börse dipenderà anche dalla volontà del suo successore. La ricerca è in corso e sta prendendo in esame candidati sia esterni sia interni a Euronext, fra cui figurerebbe il direttore finanziario Giorgio Modica che, tuttavia, potrebbe scontare il fatto che anche il presidente del gruppo è un italiano, Piero Novelli. In ogni caso, sul mercato la convinzione è che la scelta arriverà prima della fine dell’anno in modo da garantire un periodo di affiancamento con Boujnah. E, si mormora, da evitare che la nomina cada dopo le presidenziali in Francia, il cui esito potrebbe travolgere anche il progetto della Wall Street europea.