È una storia di corsi e ricorsi, quella dell’opas di Intesa Sanpaolo e Unipol su Mps. Dove l’asse Bologna-Siena era già saldo tanti anni fa, prima di sfilacciarsi e portare i destini della compagnia assicurativa (allora) delle cooperative e della banca più antica del mondo a dividersi. E oggi a riunirsi sotto la leadership di Carlo Cimbri che, grazie ai saldi agganci milanesi, ha riportato Unipol e la finanza italiana con il baricentro sopra il Po.
Erano infatti i primi anni 2000 e quella volta la Banca Agricola Mantovana, posseduta allora da Monte Paschi, stringeva già un accordo con Unipol in Quadrifoglio Vita per distribuire polizze tramite le sue filiali. Mps poi era arrivata a detenere anche il 39% di Finsoe, il veicolo in condivisione con altre cooperative che controllava Unipol, che a sua volta deteneva l’1,99% dell’istituto toscano.
Oggi di cooperativo ci sono solo i soci. La gestione è quella di una società a tutti gli effetti. Parole come «finanza rossa» lasciano il tempo che trovano, la tentata scalata alla Bnl dell’era Consorte è un relitto del passato. Dopo il mandato del «banchiere bianco» e traghettatore Carlo Salvatori, tocca a un manager interno e l’era Cimbri inizia nel 2010. È lui che in sedici anni cambierà la pelle al gruppo, lo avventurerà con successo in operazioni straordinarie come l’acquisto di FondiariaSai; semplificherà la catena societaria a favore della redditività; aprirà al bancario con Bper e Pop Sondrio.
Unipol è un unicum nel panorama italiano, con un lato assicurativo e uno bancario: l’integrazione della controllata Bper (al 29,9%, destinato a salire al 40%) e Mps lo evidenzierà ancora di più.
Ancora oggi chi lo conosce bene riconosce a Cimbri una perizia certosina nel mondo delle polizze («è un super tecnico») e visione strategica nella foresta non più pietrificata della finanza italiana. Rimane coi piedi per terra, si circonda di manager fidati come l’ad Matteo Laterza, coltiva legami come quello con l’ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, non azzarda, ha un approccio meditato e realistico, sempre orientato alla crescita continuativa: «Siamo dei tradizionalisti. Non ci gettiamo nelle ammucchiate», ha spento lunedì le fantasie di chi ipotizzava alleanze con Generali dopo l’opas. «Era nostra intenzione comprare una banca e non le filiali», ha poi precisato il presidente di Unipol.
Alla fine la storia di Unipol è quella di una crescita sana con la visione di Cimbri che l’ha portata a diventare un gruppo fortemente diversificato; con un business assicurativo solido e dalle radici industriali, dove pesa il ramo Danni più che il Vita, e quando si dice Danni si dice rischi operativi. I numeri poi parlano da soli: 1,5 miliardi di utile l’anno scorso contro i 177 milioni del 2004 mentre dal 2012 le coop azioniste hanno visto quadruplicare il valore del titolo (ieri, martedì a 22,8 euro).
L’operazione con Intesa Sanpaolo creerà un primario gruppo assicurativo e bancario con una dimensione di circa 40 miliardi di euro di capitalizzazione di Borsa, un conglomerato finanziario che avrà alla testa Unipol, la seconda compagnia del Paese, e farà di Bper, che prenderà il nome di Banca Monte dei Paschi, la seconda banca nazionale.
«Dopo 14 anni torneremo a chiedere un aumento di capitale, lo avevamo fatto per Fondiaria Sai e torneremo a farlo perché l’operazione, e quello che abbiamo in mente per il futuro, possa costituire un successo analogo», ha spiegato il presidente a proposito dei 2,5 miliardi chiesti ai soci per sostenere l’operazione da 3,5 miliardi su Siena. «La solidità di Unipol ci consentirà di poter finanziarla subito e agli azionisti che vorranno seguirci noi garantiremo lo stesso dividendo che a valori di mercato hanno percepito i nostri vecchi soci». Postfusione le cedole passeranno da 800 a 930 milioni e l’azionariato cooperativo si è già detto pronto a fare la sua parte. Per tornare a riabbracciare il Monte dei Paschi.
10 giu 2026 | 07:28