Chi sperava che il progressivo calo dei prezzi del cacao potesse portare sugli scaffali prodotti al cioccolato più economici rischia di rimanere con l’amaro in bocca. Il prezzo del cacao, in effetti, è sceso ma quello del cioccolato continua a correre.
A fine 2024 il cacao aveva raggiunto quotazioni record, arrivando a sfiorare i 12 mila dollari a tonnellata. Un aumento innescato da eventi climatici, in particolare in Costa d’Avorio e Ghana (che insieme controllano oltre il 60% dell’offerta globale), ai quali si sono intrecciati forti fenomeni speculativi e problemi strutturali della filiera. Da allora, però, il mercato ha invertito la rotta. A metà 2025, grazie al calo della domanda di cacao puro per l’eccessivo costo, a un meteo più favorevole e alla fuga degli speculatori che in massa hanno venduto i loro contratti, i prezzi hanno iniziato a scendere. Venerdì scorso i mercati dei futures sul cacao hanno chiuso intorno a 5.453 dollari a tonnellata. Tuttavia i prezzi dei prodotti finiti subiscono la pressione dei costi di energia e trasporti. È recente la notizia del colosso svizzero Lindt che nei primi sei mesi del 2026 ha rincarato i listini dell’11,8% e ora è alle prese con un forte calo dei volumi di vendita, che ha portato all’uscita di Adalbert Lechner dalla guida della società.
In Italia, il monitoraggio di Federconsumatori in occasione di Halloween ha rilevato un aumento del 24% del prezzo dei cioccolatini rispetto al 2025: 6,20 euro in media per una confezione da 250 grammi, contro i 5 euro dell’anno precedente. Le imprese del settore spiegano la dinamica con i contratti stipulati quando il cacao costava molto di più, i tempi industriali e, appunto, la corsa dei prezzi di energia e i trasporti. Le aziende dolciarie non acquistano tutta la materia prima ai prezzi correnti di Borsa: una parte degli approvvigionamenti viene coperta attraverso contratti stipulati con mesi di anticipo, spesso tra sei e dodici mesi prima della produzione. Questo significa che una quota del cacao utilizzato oggi può essere stata acquistata quando le quotazioni erano ancora più elevate. A questo si aggiungono le scorte già presenti nei magazzini e i tempi necessari per trasformare la materia prima in prodotti finiti, distribuirli e portarli sugli scaffali. Il cacao, poi, è soltanto una delle componenti del prezzo finale. Energia, zucchero, latte, imballaggi, trasporti, assicurazioni, logistica e costi del lavoro concorrono alla formazione del prezzo di tavolette e cioccolatini. Anche quando diminuisce il costo della materia prima principale, dunque, non è detto che si riduca nella stessa misura quello di produzione. E le aziende devono anche recuperare i margini compressi durante la fase dei rincari.
È un meccanismo che potrebbe ricordare, per certi aspetti, quello dei carburanti: quando scende il petrolio, il prezzo alla pompa non si adegua immediatamente e nella stessa proporzione. Il costo del greggio è infatti solo una componente del prezzo finale, che comprende raffinazione, distribuzione, logistica e fiscalità. Nel caso del cioccolato, però, lo scarto è legato anche ai contratti di approvvigionamento e ai cicli industriali.
Le quotazioni potrebbe cominciare a riflettersi sui prezzi all’inizio del prossimo anno.
Per risparmiare, intanto, i produttori riducono la quantità di cioccolato nei prodotti mentre cambiano anche le abitudini dei consumatori più attenti alle caratteristiche nutrizionali e soluzioni più salutari, oltre che alla spesa, prediligendo confezioni più piccole. Negli Stati Uniti, durante le nove settimane che hanno preceduto Halloween, le vendite dei piccoli formati sono cresciute del 24% in valore. Come tendenza sugli scaffali, calano le vendite del cioccolato al latte, resta stabile il cioccolato bianco mentre sale il fondente.
1 nov 2026 | 10:00