I certificati per la Co2 sono utili o no? Se lo chiede Ferruccio de Bortoli sull’Economia del Corriere della Sera, in edicola domani con il quotidiano, mentre il governo preme sull’Ue per rivedere il meccanismo. L’Ets, Emissions trading system, è il mercato europeo dei certificati per inquinare: le aziende acquistano e scambiano quote di emissioni. È il pilastro sul quale la Commissione Ue ha basato la strategia Net zero al 2050. «È stato creato nel 2005 per favorire la decarbonizzazione e stimolare gli investimenti nella sostenibilità», ricorda de Bortoli, ma «si è sottovalutato l’effetto negativo sulla competitività di diversi settori industriali europei». Va rivisto?
«Il principio base è far pagare chi inquina riducendo progressivamente la disponibilità dei certificati e, dunque, aumentandone il costo — nota de Bortoli —. Questo sulla carta. Il governo Meloni è impegnato nel convincere la Commissione Ue a varare una radicale riforma del meccanismo. Una proposta di revisione sarà annunciata in luglio. L’Italia ne ha fatto una bandiera. Anche perché senza la possibilità di ridurre il peso dei certificati sulla formazione finale del prezzo dell’energia la promessa di alleggerire le bollette elettriche rischia di restare vana». Il nodo è l’impatto sull’industria, dall’acciaio al marittimo. «Quattro dei cinque principali gruppi dello shipping, uno di questi italo-svizzero, sopportano, a differenza del loro grande concorrente cinese, i costi dell’Ets — scrive de Bortoli —. La lista è lunga. Il contributo alla transizione energetica appare poi inferiore alle attese».
Che fare, dunque? Un intervento è necessario, ma con giudizio, fa capire de Bortoli che cita Massimo Beccarello, professore associato di Economia dei sistemi produttivi all’Università di Milano Bicocca: «Sarebbe un errore pensare che la soluzione sia fermare tutto. Più utile è portare numeri e analisi e chiedere all’Europa di rispondere nel merito. È così che un Paese fondatore contribuisce a rafforzare l’Unione».
La copertina è dedicata a Elon Musk, il fondatore di SpaceX che il 12 giugno ha portato sul Nasdaq la sua creatura. Prima il botto, poi la retromarcia. Quanto vale davvero la società dei razzi (in perdita)? Mille o cinquemila miliardi? Si vedrà. Di certo la quotazione cambia Wall Street e mette Musk in diretta competizione con Jeff Bezos, il fondatore di Amazon.
Intanto Google porta l’intelligenza artificiale nel carrello della spesa: un assistente virtuale selezionerà, confronterà e acquisterà i prodotti. «Le persone dovranno solo descrivere ciò che cercano», dice Suresh Ganapathy, senior director consumer shopping della società di Mountain View. Lo shopping si fa con l’agente Ai, insomma.